Un poema in prosa di Saint-John Perse

sabato 28 maggio 2016


Notturno

[…]

Eccoli qui prossimi a maturare, questi frutti di un’altra riva. “Sole dell’essere, nascondimi” – parola del fuggiasco. E dirà chi l’avrà visto passare: chi fu quest’uomo  e quale la sua casa? Andava solo nel fuoco del giorno delle notti la porpora a mostrare?… Sole dell’essere, Principe e Maestro! le opere nostre sono sparse, i compiti senza onore, le messi senza mietitura: la legatrice di covoni attende al fondo della sera. Eccoli qui tinti del nostro sangue, questi frutti di tempestosa sorte.

Con il suo passo di legatrice di covoni la vita se ne va senza odio e senza ricompensa.

1972

Saint-John Perse
***
Traduzione di Giorgio Cittadini,  da “Poesia” numero 315 – maggio 2016 – Fondazione  Poesia Onlus – Crocetti Editore

Menzione Speciale

sabato 21 maggio 2016




Ho ricevuto una “Menzione Speciale per la proposta complessiva delle Opere” alla prima edizione del  “Premio Internazionale Salvatore Quasimodo”. Il premio è intitolato a un poeta che ho ammirato molto, oggi ingiustamente trascurato.

Ettore Fobo (alias Eugenio Cavacciuti)

La nuova lotta di classe – Slavoj Žižek

sabato 14 maggio 2016





Ho letto La nuova lotta di classe, libro di Slavoj Žižek, edito da Ponte alle Grazie nell’aprile 2016, per la traduzione di Vincenzo Ostuni,  nella speranza di trovare qualche idea che districasse il garbuglio rappresentato da temi più che mai attuali quali l’ondata migratoria che interessa l’Europa e il  terrorismo islamico. Il sottotitolo del libro è, infatti, Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini.

La mia speranza, però, è andata pressoché delusa e mi sono ritrovato  in mano il classico  e proverbiale pugno di mosche.

C’è anzi qualcosa di quasi irritante in questa raccolta di saggi su questi temi di grande attualità; il che fa pensare che sia difficile scrivere a caldo qualcosa di originale, o addirittura di risolutivo, anche per un filosofo celebre come il pensatore sloveno.  Il libro così si riduce a essere un’amara constatazione delle sabbie mobili in cui ci troviamo.

Per quanto riguarda i migranti, l’idea di partenza è così scontata da parere un semplice retaggio giornalistico: l’Occidente è una torre d’avorio chiusa in se stessa assediata da orde di disperati in fuga. La critica di Žižek si rivolge sia alla destra populista che chiede di sbarrare le frontiere sia al buonismo di sinistra che pretenderebbe di aprirle indiscriminatamente.

Ci si aspetterebbe allora una soluzione alternativa e la si attende lungo il percorso di questo libro,  tutto sommato abbastanza velleitario e  confuso, ma non si capisce bene quale sia la proposta di Žižek, a parte un generico appello a  una nuova  formulazione della lotta di classe, sorta di alleanza fra lavoratori sfruttati in Occidente e migranti che appare come vuota utopia e stanca retorica. È in fondo un appello alla solidarietà che viene dalla disperazione e dall’impotenza.

 In uno di questi saggi il filosofo riconosce le contraddizioni che agitano quello che una volta si chiamava proletariato, che spesso si dimostra più reazionario della classe dominante, più incline al razzismo, al sessismo, alle discriminazioni, fino alla cecità di chi sostiene una politica che fa surrettiziamente il contrario dei suoi interessi di classe. Žižek, però, non fornisce alcuna spiegazione convincente di questi fenomeni e lascia cadere il discorso.

Più convincente quando scrive che i migranti musulmani sono spesso portatori di una cultura inconciliabile con quella occidentale, discorso per cui è stato sommerso di critiche su Internet, ma che, secondo me, è una presa di posizione realistica e coraggiosa, la cui negazione in nome dell’ideologia non fa che rafforzare i movimenti xenofobi.  Meno convincente perché un po’ riduttiva  l’interpretazione di matrice psicoanalitica del terrorismo: il vero movente dei terroristi sarebbe, secondo Žižek,  l’invidia verso lo stile di vita occidentale che produrrebbe in loro una deriva nichilistica e autodistruttiva.

 Ecco,  dunque,  a dissuadermi nuovamente da una valutazione positiva del libro, il vuoto appello del filosofo, riportato anche nella quarta di copertina: “Non limitatevi a rispettare gli altri: offritegli una lotta comune, perché i  nostri problemi sono comuni: proponete un progetto universale positivo condiviso da tutti i partecipanti, e combattete per realizzarlo”. Un po’ poco per contrastare la marea dilagante del populismo anti immigrati  o per fornire una nuova visione alla sinistra ormai soffocata dal “politicamente corretto”.

Insomma, in definitiva le proposte in questo saggio sono labili, le interpretazioni non sono sempre efficaci, manca un reale approfondimento; Žižek rispecchia l’odierna confusione ideologica e non ci aiuta a superare le gravi impasse del nostro tempo, che pure il filosofo en passant descrive così bene:

Oggi dov’è dunque l’Europa? Nella morsa degli Stati Uniti da un lato e della Cina dall’altro. Stati Uniti e Cina rappresentano entrambi,  da un punto di vista metafisico, la stessa cosa: la medesima desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo massificato.“

C’è una bella differenza fra un filosofo e un opinionista. Mi sembra che troppo spesso in questa raccolta di articoli Žižek si dimentichi di essere un filosofo e si accontenti di riempire la pagina di opinioni neanche particolarmente originali, che ci aspetteremmo da un qualsiasi redattore appena un po’ smaliziato, piuttosto che da un filosofo di fama mondiale.

La nuova lotta di classe è, in sostanza, un libro disperato in cui è forte la consapevolezza che ci stiamo dirigendo verso la catastrofe e che se c’è una luce alla fine del tunnel essa non è nient’altro che “il faro del treno che ci viene addosso dalla direzione opposta”.

Romàns – Pier Paolo Pasolini

domenica 1 maggio 2016







Questa lettura di Pier Paolo Pasolini, Romàns, libro ripubblicato nel gennaio  2016 in allegato al Corriere della Sera, è stata una sorpresa.  Non mi aspettavo molto in verità, trattandosi di una raccolta postuma di racconti giovanili dell’autore, risalenti alla fine degli anni Quaranta e ai primi anni Cinquanta ma in sostanza  il libro mi è piaciuto. Il racconto eponimo, considerato da parte della critica meramente una costola del suo romanzo Il sogno di una cosa,   è interessante ma forse  è il meno bello. Parla di un prete che arriva in un paese del Friuli, ed è tormentato da difficoltà emotive e lo stesso successo delle sue prediche fra i paesani lo inquieta. È un racconto che sembra come incompiuto e che si regge sulla descrizione di tipi popolari e sulle inquietudini di un prete che si trova a dover agire in un contesto politicizzato (i paesani sono quasi tutti comunisti). Il realismo è il tratto saliente del racconto, efficace nella ricostruzione delle dinamiche interne alla popolazione di mezzadri e contadini. Tuttavia è l’interiorità del protagonista a essere centrale.   Il prete è raccontato nella sua introversione, nella sua debolezza, nella sua incapacità di interpretare la realtà.  Le motivazioni di questa crisi interiore del prete sono lasciate nell’ombra da Pasolini (s‘intuisce in realtà un turbamento omoerotico). Nell’ostracismo che il prete sente su di sé (soprattutto da parte  dei suoi superiori ecclesiastici) s’indovina quello che Pasolini subirà nel corso della sua vita pubblica.

 Il secondo racconto, Un articolo per il «Progresso», verte sulle stesse tematiche sociali, è più breve, più semplice e più compatto e  ha una bella conclusione a differenza del primo in cui  il finale è un po’ vago. È un racconto sulla miseria di queste popolazioni friulane dell’immediato dopoguerra, in cui le dinamiche politiche di allora (lo scontro fra comunisti e democristiani) vengono messe in luce. La brevità del racconto è un pregio anche se in questo caso le psicologie dei personaggi sono appena accennate.

È nel terzo racconto, Operetta marina, comunque, che Pasolini dà  il meglio di sé, affrontando una vicenda autobiografica in cui il sogno e il mito del mare sono centrali. Mare che è assente (il racconto parla dell’infanzia di un personaggio che s’indovina essere, man mano che procede la lettura, Pasolini stesso, la cui infanzia è passata fra Cremona e Sacile) ma rimane come sogno letterario (l’Odissea, Salgari) e viene vagheggiato nelle illustrazioni che capitano sotto gli occhi del bambino.  Aldilà della storia è nella scrittura che il racconto convince. Sospesa fra elzeviro e prosa poetica essa, infatti, ha una complessità, una plasticità, una raffinatezza  notevoli.  S’intuisce una grande maturità stilistica che tende alla poesia e la ricostruzione dei luoghi raccontati è precisa nei minimi particolari topografici.

 Nel complesso Romàns è un bel libro, dove Pasolini mostra una grande precisione nella descrizione delle psicologie (i personaggi sono sempre credibili) e la scrittura è ben calibrata. I primi due racconti rappresentano il tentativo di Pasolini di raccontare realisticamente il proprio tempo, nelle sue temperie sociali e politiche, il terzo ha una dimensione più personale, onirica, è tutto incentrato sui movimenti della scrittura. Il metodo di rammemorazione del passato ha ascendenze proustiane. Arrivo a dire che stilisticamente è una delle opere più originali e riuscite di questo autore, pur avendo qualche deficit sul piano puramente narrativo.

Spesso si dice che la narrativa di Pasolini sia molto meno interessante del resto della sua opera. Io non condivido questo giudizio. Questi testi giovanili mi hanno confermato la grande duttilità stilistica di Pasolini, la sua attenzione al dettaglio e alle sfumature psicologiche, e mi confermano nella mia idea: Pasolini narratore è sottovalutato.

Romanze senza parole – Paul Verlaine

lunedì 25 aprile 2016







Paul Verlaine è un poeta che perde molto del suo fascino nella traduzione, benché questa di Cesare Viviani mi sembri un’ottima operazione, in questo Romanze senza parole, edito da Feltrinelli nel 2007 e riproposto nel febbraio del 2016.  Verlaine, infatti, si esprime in rima e questa musicalità del dettato non può essere riportata in un’altra lingua. La romanza senza parole è un tipo di composizione musicale per pianoforte, nata in Francia nella seconda metà del Settecento.  L’importanza delle sonorità e dei ritmi in quest’opera di Verlaine è dunque decisiva, annunciata com’è già nel titolo. La nuova pubblicazione di Romanze senza parole viene a colmare un vuoto, perché attualmente, parrà strano, non sono molti i libri del poeta francese che  si possono trovare facilmente nelle librerie italiane.

Tradotte le sue poesie sono attraversate da un abbandono fra il lugubre e il patetico, e sebbene interessanti, non hanno la mobilità aerea dell’originale. Sono buone poesie anche nella traduzione ma tradiscono una mancanza di pensiero, laddove affiora invece un sentimentalismo un po’ di maniera,  a volte intriso di accuse verso l’oggetto amato che farebbero la gioia di qualsiasi psicoanalista in cerca di moventi inconsci. L’assenza di pensiero è un limite, mi sembra che Verlaine si adagi in una visione tutto sommato monocorde dell’esperienza umana, diviso fra noia e languore, quest’ultime parole chiave della sua poetica insieme a tristezza e dolcezza.

L’ansia dell’assoluto, che diverrà più tardi conversione al cristianesimo, si esprime in queste poesie, come nostalgia o rimpianto di un’originaria edenica felicità perduta che solo l’immaginazione, le fantasticherie, possono far rivivere.

Si è molto parlato del burrascoso rapporto con Rimbaud. Difficile trovare poeti più distanti. L’impeto di Rimbaud è estraneo a Verlaine, che si limita a dipingere dei quadri naturali, a scrivere poesie posate dove l’angoscia del vivere s’incarna nella natura stessa che la riecheggia: “ Il vento profondo/sembra piangere.”

Però,  aldilà del pianto, un po’ ostentato, in queste poesie non c’è molto. Sono piacevoli ma, persa la musicalità dell’originale, un po’ inconsistenti.

Per carità, Romanze senza parole è un libro che si legge con piacere ma di cui alla fine della lettura rimane poco: sensazione di vaghe,  sognanti fantasticherie, una sorta di impressionismo poetico che oggi ci pare datato,  un’eco lamentosa che svuota un po’.

Le poesie sono state scritte prevalentemente durante la reclusione in carcere,  per aver ferito al polso Rimbaud con un colpo di rivoltella, e pubblicate nel 1874 quando il poeta aveva trent’anni.

Conoscere bene il francese è conditio sine qua non per apprezzare pienamente questo poeta dall’animo fragile, che ha dedicato la sua vita a modellare versi delicati e perfetti, sostanzialmente intraducibili.

È un poeta le cui immagini sono semplici, che racconta della monotonia dell’esistenza, i suoi versi riflettono l’immagine di una natura preda del languore, raccontano i “brividi dei boschi” e la passione amorosa spesso non corrisposta.

Ecco alcuni versi che mi sono parsi fra i più interessanti, nella loro evocativa semplicità:

“ Oh  il fiume nella via!
Fantasticamente apparso
dietro un muretto di cinque piedi,
spinge senza un mormorio
la sua onda opaca ma pura
nei tranquilli sobborghi.”

La natura diventa qui espressione della tristezza del poeta che la canta, amaramente intriso di noia, che confessa di essere un peccatore ma anche “il primo cristiano” impassibile davanti al martirio, la cui estasi è,  tuttavia, “incandescente”.  Questo fuoco, però, non si ravvisa in questi versi in cui tutto è come affievolito e smorzato e una certa mollezza emerge e intorbida le acque. “Speranze annegate” nel gran tedio dell’esistenza quelle di Verlaine, la cui opera non diventa lo sconcertante grido di rivolta dell’amico Rimbaud, ma un canto sommesso, dimesso,  sussurrato, arreso al vuoto.