Gli amori incompiuti

venerdì 12 settembre 2014





Gli amori incompiuti
sono quelli che la notte  ha dissolto,
che  l’alba implora.

Maledetti o benedetti sono quel fuoco
che non ha bruciato per un sospetto
d’ombra o  per un gioco
di specchi  tradito.

Gli amori incompiuti sono nella memoria,
muta navigazione sotto stelle perenni,
indimenticabili ardori, baci stregati,
 perché mai stati.
In un soffio di sempre stanno
immutabili segni cancellati.

Imperdonabile il tempo li ha espulsi,
frammenti del possibile, occasioni mancate,
millenarie acque in cui per paura o per caso
 non si è mai nuotato,
sorrisi  perduti che mai ricevemmo,
sentieri che solo il vento ha battuto.

Tutto ciò alla ferita
del caduco- la vita!- 
tutti noi ci consacra.

Gli amori incompiuti vengono  a noi,
nella luce implacata di un ricordo,
per dirci cosa avremmo potuto essere,
e di quante distanze è popolata la notte,
in cui ricevemmo il volto amato in dono.

Ettore Fobo


***

Questa poesia è stata ispirata dalla lettura del post “Gli amori incompiuti” sul blog “La favola di Orfeo”.

Il vizio oscuro dell’Occidente/Sudditi - Massimo Fini

sabato 6 settembre 2014






Raramente mi trovo d’accordo con gli articoli che scrive Massimo Fini. Troppo spesso mi sembra che le sue siano le ostentate provocazioni di chi ormai si sente marginalizzato. Penso per esempio alla sua recente difesa del pentastellato Di Battista, duramente e giustamente criticato per le sue affermazioni sull’Isis. O ancora trovo discutibile e pericoloso quanto scritto nell’articolo: “Quei  delitti orribili nella società ‘per bene’ delle villette a schiera”:

“E l’aggressività che è una componente fondamentale e vitale dell’essere umano, compressa come una molla risalta fuori nelle forme più mostruose. Io cedo che se Lissi non fosse stato costretto dal contesto sociale a condurre una vita così perfettina, se avesse potuto dare un paio di ceffoni a una moglie che evidentemente non sopportava più senza rischiare la galera per maltrattamenti, se avesse potuto insultare il capoufficio o dare un cazzotto a un collega  senza essere immediatamente licenziato, se avesse potuto andare allo stadio senza recitare la parte del tifoso per bene ma di “Genny a carogna”, forse, sfogatosi in un altro modo, non avrebbe ucciso.”


Come dire che compiere violenze minori ci preserva da quelle maggiori. Mi sembra un delirio.

È quindi con un certo scetticismo che leggo questi due pamphlet polemici contro la modernità e contro la democrazia “Il vizio oscuro dell’Occidente” e “Sudditi”, che Marsilio pubblica nel 2012 in un’unica soluzione.  Sono entrambi un po’ datati risalendo rispettivamente al 2002 e al 2004.

La tesi di fondo è presto detta, la anticipa lo stesso Fini nella nuova introduzione:

“Il filo che unisce questi due libri […] è la pretesa totalizzante dell’Occidente (il suo ‘ vizio oscuro ’) di omologare l’intero esistente al proprio modello (economico, sociale, valoriale) il cui involucro legittimante è la democrazia.“

Lo stile di scrittura è all’insegna della scorrevolezza e della leggibilità di tipo giornalistico più che di un approfondimento filosofico o storico. Fini fa un po’ fatica a togliersi di dosso l’abito di opinionista, seppur abile, e i due libri - soprattutto il primo -  risentono a tratti  di un approccio eccessivamente semplificato. Bisogna dire, a onor del vero, che Fini  ha il coraggio intellettuale di proporre una visione che è eretica, o quantomeno eterodossa. Chi discute oggi il concetto di democrazia, totem cui si immola ogni diversità inconciliabile, ogni pensiero realmente antagonista? Ancor più difficile criticare la democrazia senza passare per un sostenitore della tirannide.

Fini scrive che la democrazia, lungi dall’essere “governo del popolo”, come vorrebbe l’etimologia, è un insieme di oligarchie, di lobby, che cercano e trovano il consenso popolare attraverso le mistificazioni della macchina propagandistica costruita dalle televisioni e dai giornali. Fin qui possiamo essere tutti d’accordo, sono realtà sotto i nostri occhi da sempre.

Sarebbe attraverso un tipo di narrazione della realtà fallace, compiuta dai media, che le guerre in Iraq, in Jugoslavia, in Afghanistan, per esempio, passano per essere “missioni di pace”, o concetti come “guerra preventiva” si fanno strada nell’opinione pubblica, quando invece queste operazioni sono il proseguimento del colonialismo, all’insegna del motto latino  ”si vis pacem,  para bellum”. La democrazia occidentale si servirebbe allora dei concetti di libertà, uguaglianza, giustizia, per legittimare la sua profonda anima totalitaria.  Le guerre giuste sarebbero allora quelle in cui l’Occidente impone il suo modello democratico, o falsamente democratico – ma per Fini le due cose a volte sembrano coincidere-  a popolazioni che hanno culture diverse refrattarie alla democrazia, culture per le quali esse sarebbe anzi un veleno. In questo discorso c’è una falla ed essa consiste nell’equiparazione superficiale di operazioni di guerra così diverse come quella in Jugoslavia, fatta per impedire un genocidio, e quelle in Iraq e Afghanistan che invece sono più propriamente guerre di conquista mascherate, guerre per cui il discorso di Fini è dunque più appropriato.

Come ormai sappiamo e Fini ribadisce, le nostre vite sono ormai regolate dal mercato, mercato “di cui la democrazia è solo l’involucro legittimante, la carta più o meno luccicante che ricopre la caramella avvelenata.”  La polemica di Fini contro la democrazia e contro la modernità, contro la globalizzazione e l’affermarsi del pensiero unico, appaiono quindi sensate, anche se non così inedite, fino a che ci muoviamo nel regno della critica pura. Quando esaminiamo le alternative che propone lo scrittore, ci muoviamo nel vuoto, a meno che non sia più di una provocazione il riferimento alla cultura Nuar che fa parte di quelle “società acefale”, “anarchie ordinate”,  che Fini definisce ”nient’affatto rare nel Continente Nero”.

Il pensiero di Fini è quindi quello di un anarchico che  sembra avere paura di pronunciare la parola anarchia, che nei due libri compare solo nell’esempio sopra riportato e in un’altra occasione.

I due testi così hanno un’efficacia polemica, mostrano i loro limiti sul piano delle soluzioni proposte, delle alternative al modello dominante.

Rimane perciò valida la caustica frase di Churchill che cita lo stesso Fini:

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora.”

Governo dei mediocri, sistema in cui ”il popolo è bastonato su mandato del popolo” come nelle parole di Carmelo Bene, o come chiosa forse meno elegantemente Fini ”un modo per metterlo nel culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso”; la democrazia, secondo Fini,  come tutti i poteri,  non ha legittimazione alcuna (al misticismo del sangue e della dinastia, proprio del feudalesimo,  si sostituisce quello del consenso e del voto)  e si è imposta con la sola forza della propaganda e ora viene addirittura esportata a cannonate. Il consenso sarebbe dunque estorto, cancellata ogni possibilità di una reale opposizione, se destra e sinistra sono, in tutto il mondo, solo due lobby che si spartiscono il potere, dando unicamente  l’illusione di un’alternanza. La passione politica è così equiparata a quella calcistica, il valore del cittadino in un sistema democratico è lo stesso che in un regime autoritario: zero. Anche il voto è solo un vuoto rituale che serve come legittimazione per i soprusi compiuti dalle oligarchie che ci dominano.

Bene, ma qual è l’alternativa?

Questa domanda non può che attraversare la mente di chi legge questi due testi, dove la critica alla democrazia non è solo una critica all’Occidente ma una critica allo stesso concetto di potere. Chi ha diritto di governare un altro o addirittura un popolo? E soprattutto, sembra chiedersi Fini, che tipo di uomo è quello che si fa governare? Forse qui lo scrittore sottovaluta la propensione umana a farsi gregge, dimentica che, come ha detto Nietzsche, anche quando si ubbidisce lo si fa per soddisfare la propria volontà di potenza.

In conclusione, sia Il vizio oscuro dell’Occidente che Sudditi paiono semplificazioni di qualcosa di troppo complesso per essere liquidato in due pamphlet, per quanto corrosivi,  la critica alla democrazia è un tema interessante ed è vero che nella nostra società è un tabù, ma andrebbe sviluppata proponendo alternative più sostanziose del semplice comunitarismo e del bioregionalismo. Se queste alternative mancano, la critica è insufficiente, e il povero cittadino risulta essere ancora più schiacciato da un senso di impotenza. Alcune delle pagine più efficaci di Sudditi sono dedicate alla dimostrazione che la democrazia non è il fine e la fine della storia, come sostengono i suoi corifei. Secondo Fini, come tutte le istituzioni umane essa un giorno finirà nella “spazzatura della Storia”.

C’è infine da considerare che è proprio perché siamo in una democrazia (pur con tutti i suoi enormi limiti) che essa può essere criticata anche duramente come fa Fini. Che poi la democrazia, per la sua natura livellante, equipari tutte le idee in una melassa di opinioni equivalenti e ugualmente inoffensive, è un altro discorso.



Quitaly – Quit the Doner

sabato 30 agosto 2014





Pubblicato da Indiana Editore, Quitaly è uno spaccato dell’Italia contemporanea scritto dal misterioso blogger e giornalista Quit the Doner in maniera arguta, vivace, brillante. Si tratta di dodici reportage (più un racconto e un’impietosa analisi politica del Movimento 5 Stelle) ambientati in altrettanti luoghi del paese che in virtù di una scrittura lucida e insieme dissacrante diventano emblematici. Così Quitaly si configura come un viaggio nella nostra penisola ormai collassata culturalmente su se stessa, dove uomini e donne sempre più uguali e conformisti cercano la felicità aggrappandosi alle illusioni della fama, del successo, della vacua apparenza, amplificata fino al delirio narcisistico di un’autorappresentazione compulsiva, mediata dai vari Facebook, Twitter, Instagram …

“Visibilità” è la parola magica del nostro tempo in cui tutti, bene o male, sprofondiamo nell’invisibile anonimato della città contemporanea. “Visibilità” è la parola magica che fa accettare lavori sottopagati o addirittura stage gratuiti nell’allucinata e allucinante convinzione che servire un brand sia di per sé un premio sufficiente.

Quitaly è dunque un bestiario contemporaneo di tipi umani, dove i ventenni di Baia verde, la discoteca di Gallipoli, dove si celebra il rito di un’omologazione ormai senza fondo, convivono accanto alle attempate signore pesantemente truccate di una convention berlusconiana, dove si celebra la fine di un impero che ha marchiato a fondo il paese per vent’anni; o ancora ecco i fashion designer del Salone del mobile milanese, troppo occupati ad appagare il loro ego per accorgersi dello sfacelo culturale in cui sono immersi; sfacelo culturale di cui si approfitta un “anziano milionario”, nonché ex comico, inventando un movimento politico che propone una cura che è peggiore del male.  Il Movimento 5 Stelle è definito “tecnicamente fascista”, perciò in esergo all’articolo viene riportata  una frase di Gramsci, davvero emblematica e inquietante, se si pensa al parallelismo,   che viene implicitamente evocato - e nel corso dell’articolo minuziosamente analizzato -   fra queste due realtà:

Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato.”

La voce di Quit the Doner denuncia così con leggerezza pop ma implacabilmente la crisi in cui versa l’intero Occidente, ormai consumato dai propri miti, nella consapevolezza che “chi controlla la parola controlla il mondo”.

Bisogna saper decostruire i linguaggi della contemporaneità, come fa Quit the Doner, sorta di carnefice delle psicosi collettive, che si esprimono soprattutto nella sudditanza ai luoghi comuni dell’epoca in cui viviamo. Il blogger prova ad aprirci gli occhi ormai assuefatti a tutto, ci invita a vedere il mondo moderno nella sua nuda pazzia e nelle sue numerose mistificazioni: dagli alpini ubriaconi che i media trasformano in devoti papa boys, ai giovani dello Joe Strummer festival, dai gusti musicali appiattiti sulle offerte maistream di più di dieci anni prima, dai paranoici complottisti di un raduno sulle scie chimiche, fino ad arrivare ai ricchi manager di Herbalife, la multinazionale che vende i suoi prodotti dietetici ma soprattutto il miraggio  di guadagnare senza lavorare. Miraggio che nasconde le nuove regole dello sfruttamento capitalistico: sii uno schiavo felice. 

Come aveva previsto Adorno il “Bisogna immaginare Sisifo felice” di Camus diventa così un’involontaria, agghiacciante, giustificazione profetica del capitalismo contemporaneo, dove gli steward e le hostess di Italo, per esempio, sono praticamente costretti,  per contratto,  a esibire entusiasmo e felicità, e lo stesso divertimento, diventato industria, è ormai un lavoro in cui si sentono gli echi dello sfruttamento globalizzato.

La scrittura di Quit the Doner è insieme complessa e avvincente, per cui il libro si legge con piacere. Le verità che il blogger veicola però sono amare, in fondo terribili, siamo alle ultime scie prima del crepuscolo e cercano di venderci pure quelle. La nostra epoca,  perciò,  pare sempre più una prigione in cui i nostri carcerieri favoleggiano circa ”lavori creativi” che garantiscono una poco creativa schiavitù. Steve Jobs, l’eroe di questa nuova follia capitalistica, è una delle icone che Quit the Doner prova a demolire.

Fatta salva l’onnipotenza dei media e del luogo comune, spirito santo del nostro tempo, Quit the Doner riesce nel suo intento perché il sistema di scrittura che crea è coerente e funziona come un grimaldello per scardinare la falsa cassaforte dell’ideologia contemporanea che ci chiede tutto  e non ci dà nulla.

Quello che troviamo dentro la cassaforte è proprio il nulla ma quanta fatica, quanta ideologia decostruita, abilità linguistica, per arrivare a vederlo! Qui i piani della narrazione si mescolano, il reportage giornalistico convive con la satira sferzante, l’amara critica sociale con un umorismo davvero irriverente, la riflessione filosofica o politica con la leggerezza di una prosa pop. Così in questo libro non c’è posa artefatta ma qualcosa di sempre più raro in questo mondo omologato: uno stile.

Quitaly è un esordio notevole, libro frizzante, amaro, profondo, che racconta l’Italia in un modo moderno, combattendo gli stereotipi linguistici, il linguaggio sclerotizzato e vecchio di troppa stampa nostrana, che nasconde la dura realtà della sopraffazione, edulcorando spesso il fascismo latente o manifesto dell’establishment.