L’esistenza latente delle parole – i poeti secondo Gottfried Benn

martedì 16 gennaio 2018






“Dovremo accettare il fatto che le parole possiedono un’esistenza latente che opera come incantesimo su individui regolati in sintonia e li mette in condizione di trasmettere questo incantesimo. Questo mi sembra il mistero ultimo davanti al quale la nostra coscienza sempre desta, totalmente analizzata, interrotta solo da trances occasionali, avverte il proprio limite.

Gottfried Benn

da “Lo smalto sul nulla” – Gottfried Benn - a cura  di Luciano Zagari - Adelphi – seconda edizione aprile 2013

Le montagne russe - Nicanor Parra

lunedì 8 gennaio 2018





Nicanor Parra, poeta cileno ultracentenario, essendo nato nel 1914, ha un’idea della poesia in contrasto con la tradizione e il sentire comune. Niente fiori, amore, cuore e quella fastidiosa melassa sentimentale che viene scambiata troppo spesso per poesia, ma una scrittura graffiante, ironica, sarcastica, beffarda che punta dritta al centro delle cose.

 Parra è il celebre poeta delle antipoesie - “Poemas y antipoemas” è il titolo di una sua raccolta del 1963 - parzialmente antologizzata in questa interessante edizione Medusa del 2016, curata e tradotta da Stefano Berardinelli; la precedente pubblicazione italiana di Parra era un Einaudi del 1974.  Lacuna clamorosa, considerando l’importanza del poeta cileno per lo sviluppo e il rinnovamento della poesia ispano americana del Novecento.

L’approccio irriverente produce disorientamento in lettori poco avvezzi alle trasformazioni della poesia e che hanno di essa una visione scolastica.

Poesia ”sovversiva ma non militante”, il che non è poco considerando che Parra ha attraversato da protagonista anni in cui l’ideologia era predominante e l’adesione a essa spesso conditio sine qua non per essere ascoltati. Nessuna fede politica ostentata dunque, come accade invece per il compaesano Neruda, fervente comunista,  per esempio, se “credere è credere in Dio” Parra pone l’ateismo al centro della propria poetica. Come dimostra la poesia Dichiarazione d’indipendenza, dove la ribellione all’istituzione religiosa è proclamata come atto d’irriverente libertà. Al fondo è la metafisica a essere attaccata e la grammatica stessa che per Nietzsche era sua ancella, se “il verbo essere è un’allucinazione del filosofo” e “Nella realtà non ci sono aggettivi”, come recita il titolo della poesia di cui questo verso è citazione.

È una poesia quella di Parra che mira alla concretezza e sembra sbarazzarsi delle retoriche della tradizione, perseguendo una via nuova. Come si legge nella poesia Manifesto in cui viene espressa la sua poetica in termini chiari. La poesia non è più un “oggetto di lusso” ma un “articolo di prima necessità” e i poeti, scesi dall’Olimpo, sono come muratori che alzano un muro, costruttori di porte e finestre. Necessario è riportare  nei versi l’atmosfera delle comuni conversazioni, non evocando astrusi” segni cabalistici,  bisogna optare piuttosto per una lingua colloquiale, piana, diretta. Ciò non ha impedito a Parra di essere considerato da critici eminenti, come l’americano Harold Bloom, fra i maggiori poeti viventi.  

Fra le poesie più importanti qui antologizzate Soliloquio dell’individuo, dove la Storia umana dai primi graffiti delle caverne alla scoperta del fuoco,  fino alle invenzioni della modernità,  viene ripercorsa con un tono ironicamente epico, fino all’amara conclusione: ”Ma no: la vita non ha senso”.

Bella la poesia dedicata alla madre che ci restituisce alcuni brani della sua infanzia o la poesia Ultimo brindisi, dove passato, presente e futuro,  si volatilizzano innanzi a un’ispirazione filosofica che ne riconosce la sostanziale illusorietà: “Tirando le somme/ Ci rimane soltanto il domani. / Io alzo il mio bicchiere/ A questo giorno che non viene mai/ Ma ch’è l’unica cosa/ Della quale realmente disponiamo”.

La sensazione finale è che siano necessarie altre pubblicazioni delle poesie di Parra per esaurirne o avvicinarne il mistero, qui appena accennato.

Le montagne russe è un libro che cresce in considerazione man mano che  si procede nella lettura e nelle riletture ma lascia fondamentalmente inappagati.

 Sconcertante che si siano dovuti aspettare 42 anni dall’ultima edizione di un libro di Parra nel nostro paese. Io lo conoscevo unicamente per aver letto alcune sue poesie nella ormai leggendaria antologia City Lights Pocket Poets  Antology, curata da Lawrence Ferlinghetti. Altro segnale negativo per la poesia in Italia.

Carte nel vento

lunedì 1 gennaio 2018









sopra: Ettore Fobo  al Forum Anterem, Verona, 11 novembre 2017.  Fotografia di Francesca Bertocco.  



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Sul numero 37 del  periodico online “Carte nel vento” della rivista Anterem è stata pubblicata la prosa premiata con Segnalazione alla trentunesima edizione del Premio Montano. La prosa, intitolata “Fetus la maschera”,  è preceduta da una nota critica di Davide Campi, che ringrazio.  Questo è il link. Buon anno a tutti.


Ettore Fobo

Tratteggi - Marco Furia

sabato 30 dicembre 2017





Nella sua svagata, ironica semplicità, Tratteggi di Marco Furia è opera in fondo enigmatica; tutta basata com’è su uno stile minimale, apparentemente ordinario ma altamente letterario e profondamente  scavato. È  un’ affascinante interrogazione sulla parola, sul linguaggio, sulla letteratura stessa.  Si mima un linguaggio comune, ripetendo ossessivamente gli aggettivi con cui solitamente si designano le cose, il reale, raggiungendo un effetto di parodia che presto finisce nell’ipnosi.

Cosa vuole dirci  Marco Furia con questo libricino in apparenza dimesso ma in realtà attentamente studiato, che parla di cose quotidiane,  come prendere un tè a un distributore automatico, attraversare la strada in compagnia di un gatto, montare una stampante, sintonizzare dei canali televisivi, farsi tagliare i capelli dal parrucchiere…?  È dunque il mistero a dominare in queste prose poetiche, dove la parola è nuda, privata dei suoi artifici onirici e restituita alla pura dimensione denotativa.

Eventi minimi, quotidiani, raccontati con un linguaggio di elegante scioltezza e ironica sobrietà, che mi ha ricordato a tratti un libro uscito qualche anno fa per Mondadori, Cronaca perduta, di Tiziano Rossi.

Si cessa di comunicare un significato, si è preda di un significante dispotico (il mondo con le sue macchine) che raduna sotto di sé  le pulsazioni ritmiche di una scrittura che sembra ironizzare su se stessa,  sulle proprie possibilità, riducendosi all’apparenza a un lucido resoconto,  potentemente ironico, sperimentando come un abisso la propria superficie assoluta, su cui le parole scivolano con naturalezza,  tanto più funziona l’opera dell’artefice. ”Macchine desideranti” ovunque,  da far funzionare con pazienza e ingegno, in un modo che  probabilmente sarebbe piaciuto a Gilles Deleuze.
Tutto viene ridotto dall’aggettivazione volutamente stereotipata a luogo comune, a banalità, dove però bisogna ricordare l’etimo di banale,  dal francese “banal”, che appartiene a tutti.

E sembra appartenere a tutti questo linguaggio,  al punto di avere un effetto straniante, ipnotico, si è detto. Tanto più dirompente,  quanto più si procede nella lettura.

La citazione in esergo è di Calvino da Lezioni americane:In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana”.

Forme brevi dunque, che sembrano non ambire a nulla, nessuna magniloquenza, ma un  calcolo che produce il senso di un understatement, dove il linguaggio stesso pare essere parodiato proprio nella sua funzione comunicativa. Questo bel libricino pone domande cui non si risponde facilmente e questo stile di scrittura c’interroga profondamente tanto più sembra stuzzicare la nostra superficialità nell’uso della lingua. Sono meccanismi, questa scrittura denuncia indirettamente la natura macchinica del linguaggio, fatto com’è di automatismi che elidono o nascondono il pensiero. Perché non c’è nessun messaggio sociale o politico, nessun ideale da difendere, nessuna chimera religiosa, nessun sogno ma la nuda realtà delle cose.

Si crea così una poesia oggettiva, dove il soggetto è un’ombra fugace e pare privo di quella interiorità di cui tanta letteratura ha parlato. È un io solo che intrattiene rapporti puramente funzionali con il prossimo e con il mondo stesso, sua principale preoccupazione è far funzionare le cose; è esso stesso la macchina che il linguaggio ha prodotto.

Si rimane così, al solito, sulla soglia dell’enigma qui tratteggiato, come vuole il titolo, in questa bella edizione Anterem - Cierre Grafica dell’ottobre 2017, accompagnata dai disegni di Minya Mikic.

Protagonista di queste prose  in fondo è l’aggettivo, che si appone costantemente come un refrain rassicurante, per cui ”domestico gatto”, ”assolata piazza”, “metallico carrello” “vigile barman, ”cigolante portoncino” etc sembrano raccontare,  nella maniera implicita e indiretta della letteratura più profonda, anche la nostra  alienazione di esseri comunicanti.  Ma non vi è inquietudine in questa scoperta, Tratteggi è opera che invita alla tranquillità, ispira pace, dona calore. Da leggere.

Una poesia di Bernard Noël

sabato 23 dicembre 2017




*
Che cos’è  la ragione
ti vedi recitare la parte dell’uomo
con la necessaria serietà

getti la sentenza di morte
la mano di polvere

deponi l’ala della lingua
il territorio e  la strada

il tuo doppio ti mangia in bocca
i dubbi che fanno la tua certezza

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da “L’ombra del doppio”- Bernard Noël - traduzione di Lucetta Frisa – Edizioni Joker- 2007